bambino che piange e fa i capricci “DA QUANDO VA A SCUOLA NON LO RICONOSCO PIÙ…”

“Da quando va a scuola non lo riconosco più…”

Quando il comportamento cambia dopo l’inizio della scuola dell’infanzia

“Da quando va a scuola morde.”

“Fa scenate per qualsiasi cosa.”

“Dice sempre no.”

“Prima non era così.”

Sono frasi che ascoltiamo spesso dai genitori nelle prime settimane di scuola dell’infanzia. E insieme a queste frasi arriva spesso una domanda: “Ma cosa gli sta succedendo?”

L’inizio della scuola rappresenta un passaggio importante nella vita di un bambino. Non è soltanto il momento in cui entra in una nuova classe o impara una nuova routine. È un’esperienza di separazione, adattamento, relazione e crescita. Per molte ore il bambino deve stare lontano dalle proprie figure di riferimento, orientarsi in un ambiente nuovo, condividere adulti e spazi con altri bambini, aspettare, rispettare regole, tollerare frustrazioni, chiedere aiuto e trovare nuovi modi per comunicare ciò di cui ha bisogno. Sono competenze che non sono ancora completamente consolidate.

E a volte tutta questa fatica… esce attraverso il comportamento.

“Da quando va a scuola non lo riconosco più…”

La scuola chiede moltissimo a un bambino piccolo

Pensiamo a una normale giornata alla scuola dell’infanzia. Il bambino deve salutare mamma o papà. Deve orientarsi in uno spazio che ancora non sente completamente suo. Deve comprendere le richieste dell’adulto. Aspettare il proprio turno. Condividere giochi e materiali. Accettare che un altro bambino prenda proprio quello che voleva lui. Entrare in relazione. Gestire conflitti. Passare da un’attività all’altra. Mangiare, riposare, vestirsi, riordinare. E tutto questo mentre sta ancora imparando a riconoscere e regolare le proprie emozioni.

Per un adulto possono sembrare azioni quotidiane. Per un bambino piccolo rappresentano un enorme lavoro di adattamento.

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Quando la fatica diventa comportamento

I bambini non sempre riescono a dire: “Questa giornata è stata molto impegnativa.”; “Mi è mancata la mamma.”; “Non sono riuscito a gestire quel conflitto.”; “Mi sono sentito sopraffatto.”; “Ho bisogno di staccare.”

Più spesso lo comunicano attraverso ciò che sanno fare. Piangono. Si oppongono. Urlano. Lanciano oggetti. Mordono. Picchiano. Fanno fatica a collaborare. Chiedono continuamente il genitore. Oppure sembrano improvvisamente incapaci di fare cose che fino a poco prima facevano tranquillamente.

Il comportamento diventa così una forma di comunicazione.

Non significa che ogni comportamento difficile sia “normale”. Significa che, prima di giudicarlo, possiamo provare a comprenderne la funzione e il contesto.

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E perché spesso succede proprio a casa?

È una delle domande che preoccupano maggiormente i genitori: “Perché a scuola mi dicono che è tranquillo e appena torna a casa esplode?”

Non possiamo pensare automaticamente che il bambino “faccia il bravo a scuola e faccia i capricci con mamma e papà”. Durante la giornata può avere investito molte energie per adattarsi alle richieste dell’ambiente. Quando torna a casa incontra nuovamente le proprie figure di riferimento, i propri spazi e le proprie routine. E lì possono emergere stanchezza, frustrazione e bisogni che durante la giornata non è riuscito a esprimere. Questo non significa che dobbiamo accettare qualsiasi comportamento.

Significa che possiamo tenere insieme due cose: comprensione e limite.

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Comprendere non significa lasciar fare

Un bambino che morde ha bisogno di essere fermato. Un bambino che picchia ha bisogno di un limite. Un bambino che urla contro un genitore ha bisogno di un adulto che lo aiuti a fermarsi. Ma il limite può convivere con la comprensione.

“Non ti lascio mordere.”; “Vedo che sei molto arrabbiato.”; “Ti aiuto a fermarti.”; “Possiamo provare a capire cosa è successo.”

L’obiettivo non è soltanto interrompere il comportamento. È aiutare progressivamente il bambino a costruire modalità alternative per esprimere ciò che prova. L’autoregolazione, infatti, non è una competenza che possiamo pretendere già acquisita: nei primi anni si sviluppa anche attraverso la relazione con adulti capaci di offrire contenimento, prevedibilità e co-regolazione.

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Prima di correggere, osserviamo
Quando compare un comportamento nuovo, può essere utile guardare oltre il comportamento stesso.

Quando succede? Al rientro da scuola? Prima di andare a dormire? Durante i pasti? Quando deve separarsi? Quando gli viene chiesto qualcosa? Quando deve condividere? Dopo una giornata particolarmente lunga?

E soprattutto: Cosa succede immediatamente prima? Osservare il contesto non significa trovare una giustificazione. Significa raccogliere informazioni. Perché un comportamento isolato ci dice poco.

La sua frequenza, il momento in cui compare, ciò che lo precede e ciò che accade dopo possono aiutarci molto di più a capire cosa sta vivendo il bambino.

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Come possiamo accompagnarlo?

Non possiamo eliminare tutte le fatiche dell’adattamento. Possiamo però rendere questo passaggio più prevedibile.

Può aiutare:

Mantenere routine riconoscibili: sapere cosa succederà dopo riduce l’incertezza.

Dare un tempo di decompressione: Aalcuni bambini hanno bisogno di un momento tranquillo prima di affrontare altre richieste.

Ridurre le domande appena torna: “Com’è andata?” può essere troppo difficile subito dopo una giornata intensa. A volte è meglio semplicemente esserci.

Dare parole alle emozioni: “Mi sembra che oggi tu sia molto stanco.”

Mantenere limiti chiari: comprendere la rabbia non significa accettare di essere colpiti o morsi.

Creare continuità tra casa e scuola: quando genitori e insegnanti condividono osservazioni e strategie, il bambino trova maggiore coerenza negli adulti che lo accompagnano.

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Quando è il caso di fermarsi e approfondire?

Non ogni cambiamento comportamentale dopo l’inizio della scuola indica una difficoltà importante. L’adattamento richiede tempo. Ma è importante osservare intensità, frequenza e durata dei comportamenti. Se l’opposizione, l’aggressività, i pianti o il rifiuto della scuola diventano molto intensi, persistenti o accompagnati da una sofferenza significativa, vale la pena parlarne con gli insegnanti e, se necessario, chiedere un confronto con un professionista. Non per cercare immediatamente un’etichetta.

Ma per capire cosa sta comunicando quel comportamento e di quale aiuto ha bisogno il bambino.

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Forse non è diventato “un altro bambino”

Forse sta imparando a stare in un mondo nuovo. Un mondo fatto di separazioni, relazioni, regole, attese, conflitti, condivisione e nuove richieste. E imparare tutto questo può essere faticoso. A volte la fatica si vede in un morso. In un “NO”. In una crisi di rabbia per qualcosa che sembra piccolissimo.

Il nostro compito non è scegliere tra “è solo un capriccio” e “poverino, non possiamo dirgli niente”. Possiamo fare qualcosa di più complesso: mettere un limite al comportamento e, contemporaneamente, provare a comprendere il bisogno che c’è sotto.

Perché il comportamento va fermato quando fa male. Ma prima di fermarci al comportamento, possiamo chiederci: “Cosa sta cercando di dirmi?” Ed è spesso da questa domanda che inizia l’educazione.

Bibliografia

  • Bowlby, J. – Una base sicura
  • Ainsworth, M. – Studi sull’attaccamento infantile
  • Siegel, D. J. – La mente relazionale
  • Shonkoff, J. P. et al. – studi sullo sviluppo dell’autoregolazione e sulle esperienze precoci
  • NAEYC – Reducing Challenging Behaviors During Transitions
  • American Academy of Pediatrics – Aggressive Behavior in Young Children

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